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Tra torri e grotte. Meraviglie dell’Alto Salento

Puglia. Tra Carovigno, Ceglie Messapica e San Vito dei Normanni, una visita letteralmente “sopra” e “sotto”, dell’area che fa capo all’area protetta di Torre Guaceto

«Torre Guaceto è un posto magico». Lo ha ripetuto più volte la cantante Elisa che ha girato il video clip del suo successo “Bruciare per Te” tra queste spiagge, passando per le ampie di sabbia, alle rocciose con alghe nere. «Sembrava uno scorcio di Cornovaglia, un paesaggio nordico», ha detto. E chiunque arrivi qui, in quest’angolo di Alto Salento – sia se c’è il sole o una leggera pioggerellina, perché capita che piova anche in Puglia – resta affascinato dal paesaggio. Si avverte subito di essere “altrove”, lontano nel tempo. Un altrove che ti colpisce per immagini: lo sguardo spazia da una parte sul verde della pianura e dall’altra sull’azzurro del mare Adriatico. Siamo nell’Area Marina Protetta gestita dal WWF, in provincia di Brindisi, la Riserva Torre Guaceto, un paradiso di macchia mediterranea ancora intatto che corre lungo otto chilometri di costa (ingresso gratuito nel rispetto della natura). E nel mezzo spicca la Torre Aragonese Torre Guaceto (dà il nome all’intera aerea), una torre d’avvistamento a pianta quadrata, con tre caditoie con archetto per lato, costruita nel XIV secolo a opera di Carlo d’Angiò per contrastare gli sbarchi dei Saraceni.

All’interno conserva l’imponente installazione storico-artistica di una nave romana, utilizzata per il trasporto di olio e vino nelle anfore di terracotta e realizzata da uno dei più famosi maestri d’ascia in Italia, Mario Palmieri (visitabile su prenotazione). Tante le attività organizzate dal Consorzio di Gestione: escursioni guidate a piedi e in bici alla scoperta dei diversi habitat della riserva, attività subacquee (snorkeling e immersioni) per esplorare i ricchi fondali dell’area marina protetta e poi le lezioni di vela nella bella spiaggia di Punta Penna Grossa, Bandiera Blu. Presso il Centro Visite Al Gawsit (è la parola araba “luogo dell’acqua dolce” da cui deriva Guaceto, perché sorge nei pressi di un fiumiciattolo di acqua sorgiva) c’è il Museo della Riserva, dove ammirare virtualmente gli ambienti del parco. Si scopre pure che le acque sono ricche di tanti cavallucci marini, una rarità. Il territorio agricolo della Riserva è diventato pure protagonista di un progetto per la produzione de L’Oro del Parco, l’olio extravergine di oliva da agricoltura biologica da ulivi secolari della varietà Ogliarola Salentina.

Nei dintorni, si trova l’azienda Calemone, che insieme all’Ente Parco di Torre Guaceto e Slow Food Alto Salento ha deciso di tornare a valorizzare le coltivazioni storiche, tra cui il pomodoro fiaschetto in biologico, presidio Slow food, il cui nome si rifà alla forma ovale che ricorda vagamente un fiasco di vino. Per rilassarsi c’è la spiaggia di Pantanagianni con lettini e ombrelloni messi a disposizione dal Reverse Hotel, un hotel semplice ma accogliente in mezzo agli ulivi.

Una curiosità? Torre Guaceto grazie alla sua splendida posizione riesce a vedere tutte le altre torri del territorio di Carovigno. Sparse qua e là ce ne sono ben quattordici. Un’altra spettacolare da non perdere è Torre Santa Sabina. È una delle tre torri, in Italia, ad avere la Pianta Stellare detta anche “a cappello di prete” con i quattro spigoli orientati verso i punti cardinali e il coronamento merlato.

Ma come si comunicava tra gli “abitanti” delle torri? Durante le incursioni turche, Torre Guaceto e Torre Santa Sabina lo facevano attraverso un piccolo falò acceso dai soldati. Era quello il segnale di avvistamento per avvertire dell’avvicinarsi del nemico proveniente dal mare. Molte altre si trovano nel territorio di Carovigno, cittadina di origini messapiche (ritrovamenti ne accertano l’esistenza già nell’VIII secolo a. C.), che colpisce per il bianco abbacinante delle case e gli stretti vicoli. Tra queste, c’è Torre Gironda a forma circolare e in parte nascosta nell’abitato del centro storico. Al suo interno c’è un forno che un tempo riforniva il castello (da assaggiare dolcetti e taralli) o la Torre dell’Orologio, detta civica, perché a fianco c’erano le insegne civiche della città. Mentre si passeggia, si scopre all’improvviso la trecentesca Chiesa Madre dedicata all’Assunta. Una chicca è il rosone decorato che sembra un ricamo in pietra, su una navata laterale nascosta, testimonianza delle numerose trasformazioni urbane intercorse nei secoli. Il 21 giugno, giorno del solstizio d’estate, il sole di mezzogiorno “entra” in chiesa e proietta in chiesa la “fotografia” riflessa del rosone. E si arriva poi al castello Dentice di Frasso (ingresso gratuito) che si erge nella parte più alta e che si caratterizza per la torre a mandorla che ricorda la prua di una nave. Nel fiabesco cortile, ornato da ficus, palme e da quattro enormi platani centenari, si ammirano la torre angioina del XIV secolo e la scenografica scala dei Grifoni.  Da qui sono passati principi e personaggi illustri come Guglielmo Marconi. Persino Vittorio Emanuele III fece sosta di due notti durante il periodo di Brindisi capitale d’Italia. Una leggenda racconta che tra queste mura sia stato murato il corpo di una bambina, nata – attorno al 1600 quando erano Signori i Caputo – da una storia passionale al di fuori del matrimonio tra un signorotto e una donna della servitù. Qualcuno dice di avvertire anche la presenza di un fantasma, si pensa a quello della contessa Maria d’Enghien, che ha fatto costruire la seconda parte del maniero, che di tanto in tanto si rivela con rumori o accarezzando la spalla dei turisti che si aggirano nelle sale.

Omonimo è anche il castello della vicina cittadina di San Vito dei Normanni. Nel cuore del centro storico, deve il suo nome alla famiglia che ancora oggi vi risiede (per visite su prenotazione 339 2003758, costo dieci euro, anche bed & breakfast di charme). Ed è proprio il conte ad accompagnare durante la visita. Ci si aggira di stanza in stanza, ben trenta, da quella “delle udienze”, dove si riceveva il popolo per parlare delle problematiche del paese, alla stanza delle “delle Dame” con pavimenti in ceramica proveniente da Vietri, soffitti affrescati, e una collezione di corpetti dell’800. Dentro un mondo incantato, fuori l’incanto dei ritmi lenti, della gente che si ferma a chiacchierare all’aperto nella piazza dedicata a Leonardo Leo, un musicista del ‘700 nato qui, e più volte set cinematografico. Sono stati girati, tra gli altri film, L’Uomo Nero di Sergio Rubini e Latin Lover di Cristina Comencini. Fuori la tradizione delle rezze, le tende realizzate con composta da bacchette di legno parallele tra loro che si trovano su ogni porta per proteggere dal sole. Vengono decorate (molte a cura dell’associazione Amarezza) e diventano delle vere proprie opere d’arte. E non solo: “Rezza … palcoscenico di amori fugaci, di sguardi rubati. Nascondiglio per occhi indiscreti, dretu la rezza sveliamo segreti…”, perché la tenda è un modo per sparlare senza essere visti, per osservare, dare giudizi. Così a metà agosto tra le “stratodde” (le viuzze) si celebra la festa della “rezzica” e tutti, dietro le tende, sono autorizzati a dire di tutto: il pettegolezzo corre più veloce che in rete.

Poco fuori l’abitato, vale una visita (su prenotazione) la cripta di San Biagio, in località “Jannuzzo”, santuario bizantino, posto al centro di un antico insediamento monastico, ricavato all’interno di una grotta scavata nel banco roccioso. Conserva un ciclo pittorico con scene cristologiche, unico nel meridione, e datato 1196: l’Annunciazione, la Natività, la Fuga in Egitto, la Presentazione al Tempio, l’Ingresso a Gerusalemme. Le pareti interne conservano scene della vita del santo titolare, episodi tratti dai Vangeli apocrifi e ritratti dei santi della chiesa orientale e occidentale. Per una pausa golosa a base di prodotti del territorio a km0, si va all’Ex-Fadda (www.exfadda.it), un ristorante sociale, il primo della Puglia, frutto di un progetto di inserimento lavorativo delle persone disabili. È stato ricavato in un vecchio stabilimento enologico in disuso, arredato con pezzi uno diverso dall’altro e tutto è in vendita, dalle sedie alle lampade, fino ai tavoli.

Di grotta in grotta e di torre in torre si arriva infine a Ceglie Messapica con la svettante Torre Quadrata del Castello Ducale, simbolo della cittadina e risalente all’anno Mille. Numerose le famiglie che si sono susseguite come dimostrano i diversi stemmi nobiliari, tra i quali i coniugi Giovanni e Aurelia Sanseverino. Alla duchessa Aurelia (l’unico suo ritratto è sull’ingresso della porta del castello) si deve anche l’arrivo dei domenicani che, insediatisi nel 1534, contribuirono alla vita religiosa e intellettuale del paese. Nel Settecento, i domenicani si trasferirono in un convento caratterizzato da un piccolo chiostro interno, oggi sede della Med Cooking School (forma giovani chef, in collaborazione con Alma), a ridosso del quale è ubicata la chiesa di San Domenico, gioiello dell’architettura barocca. Al MAAC (museo archeologico e di arte contemporanea) si ammirano i reperti – tra il VI e il III secolo a.C. – provenienti dal sottosuolo cegliese. Spazio anche all’arte contemporanea con la programmazione di mostre temporanee tra cui va menzionata quella del premio Emilio Notte dedicata al pittore futurista originario proprio di Ceglie. Ma Ceglie è anche terra di gastronomia con una selezione dei migliori ristoranti, tra cui Cibus: Lillino, il proprietario, è un appassionato e di ogni piatto racconta la storia e la provenienza dei prodotti.

Infine, appena fuori l’abitato si trovano le grotte di Montevicoli. Uno “scrigno speleologico” che ricorda le più famose grotte di Castellana, ma in versione ridotta: circa 60 metri di lunghezza. Si scende di pochi metri sotto il livello di calpestio e si è circondati da stalattiti, stalagmiti e colonne. La fantasia spazia attorno a queste forme carsiche, sembra di vedere persino un re magio sul cammello, forse perché condizionati da un presepe artistico esposto per tutto l’anno. Tutto intorno l’abbraccio di una campagna, che s’illumina con i riflessi argentei degli uliveti – alberi secolari, che viene voglia di stringere per ritrovare energia – e il verde delle altre colture. E tornano alla mente i versi di Pietro Gatti, poeta locale quando scrive: «un rametto tutto storto buttato a terra di pesco. In cima un mucchietto di fiori color di rosa. C’è un fringuello che gli vola intorno a saltelli tra una zona e l’altra. E gli occhi e il cuore s’empiono di luce».

 

Articolo di ISA GRASSANO

Fonte: http://www.repubblica.it/viaggi/